Pubblicato il da Francesco "Straydog" Healy

Siamo giunti al nono capitolo di “Vita da Grinder” e i nostri tre eroi hanno preso un volo direzione Colombia, per sfuggire al Re e a sua figlia Brunella, i due incubi di Samuel e dei suoi due amici, che però ora avevano un conto in banca da 350mila euro da salvare, oltre che alla loro pelle.


Per chi si fosse perso l’ottavo capitolo “La Fuga da Venezia”, seguire il link

Samuel, Joe e Mario, la fortuna li aveva baciati al Tour Italian Poker giocato a Venezia, o meglio la fortuna aveva baciato Samuel, che aveva vinto e incassato un premio da 350mila dollari. fin qui tutto bene, se non fosse per il fatto che quel premio, oltre a dividerselo loro tre, la metà, sarebbe dovuta finire nelle tasche del Re, il padre di Brunella. Con lui prima del torneo avevano stretto un accordo, anzi, un doppio accordo: avrebbero giocato al 50% e a fine evento lui, Samuel, sarebbe tornato a fare il fidanzato di Brunella. Delle due cose non sapeva cosa fosse peggio, se dividere il bottino o tornare a baciare quell’errore dopo troppe sere di astinenza dal sesso femminile. Perché Brunella, si era anche carina, ma aveva un problema, un “guaio”: l’alito pesante.

Ostaggi

Insomma, io Joe e Mario partimmo per Bogotà, Colombia, con alle calcagna i due gorilla del Re. Ormai per noi era davvero finita, dovevamo trovare in fretta un piano per quando avremmo messo piede nella capitale colombiana, perché finché saremmo rimasti sull’aereo, nulla poteva accaderci, il problema era dopo scesi. Per tutto il volo, mentre il resto dei passeggeri vedeva un film o dormiva, noi tre non facemmo altro che decidere il da farsi una volta attirati.

Intanto i soldi li avevamo passati sul conto di Mario, al sicuro, in Svizzera. Lui è ricco sfondato di famiglia, e il padre, che di conti forse ne ha sparsi un po’ ovunque, ne aveva aperto uno a suo figlio a Lugano. Ma se i soldi erano al sicuro, di certo non l’eravamo noi. Sotto terra di certo non ci sarebbero serviti tutti quei soldi. Ma poi Joe, sempre lui, se ne uscì co un piano, un altro, l’ennesimo. Insomma, noi volevamo solo fare qualche soldo giocando a poker, e invece ci sembrava di venire in un film d’avventura.

«Ragazzi, ho il piano per quando scendiamo a terra. Dobbiamo fare finta di aver perso i bagagli»
«Ma noi non abbiamo bagagli»
«Lo so Samuel, ma dobbiamo far finta di averli persi. Dobbiamo andare subito a denunciare la scomparsa, anzi il furto. Diremmo che aveva una piccolo borsetta sul volo, che non abbiamo più trovato quando siamo scesi dall’aeromobile. Sicuro passeremo molto tempo assieme alla polizia locale, poiché anche se io parlo spagnolo, farò finta di non saperlo, così sarà ancora più difficile per loro capire le nostre richieste. Questo dovrebbe farci guadagnare tempo, o meglio. I due scagnozzi del Re non potranno restare nell’area recupero bagagli per troppo tempo, le guardie inizierebbero a sospettare di loro. Così, o ci aspetteranno fuori o saranno loro stessi a loro volta costretti a passare dalla polizia per un controllo».

In effetti il piano pareva essere perfetto e fu approvato. Ed è così che Joe, non appena atterrammo e fu spento il segnale delle cinture di sicurezza, inizio ad attuare l’attenzione degli steward e delle hostess, farfugliando qualcosa in uno spagnolo che sembrava un misto fra romano e barese. Fu perfetta la su recita e il piano, almeno la prima parte del piano filò liscia. Finimmo per essere ascoltati dalla polizia per un furto di un borsello che era con noi sull’aereo, ma che in realtà non c’era.

Ma se la prima parte del piano era riuscita, durante il volo avevamo dimenticato di escogitare la seconda parte del piano, perché una volta liberati, i due gorilla di sicuro erano lì che ci aspettavano all’esterno. Ma questa volta venne a Mario la genialata. Chissà, forse in situazioni di pressione, il cervello di tutti noi funziona meglio.

«Raga, chiediamogli, anzi no, imploriamo di farci accompagnare da loro nel più vicino hotel. Usciremo da qui scortati e in questo modo potrebbe far vedere le nostre tracce ai due babbei che ci attendono di fuori».

Non discutemmo il piano, ci guardammo e basta e annuimmo con la testa. Ottenemmo il passaggio e via diretti al primo hotel, e poco importava se era una bettola. Ed in effetti, fummo proprio accompagnati in una bettola poco lontano dal centro ci Bogotà. Ci diedero una camera con due letti, nonostante fossimo tre, e ovviamente non ci mettemmo  a discutere, perché quello alla reception  non aveva proprio una bella faccia sicura, e il suo albergo in questo, semmai era il suo albero, ma quasi certamente lo era, assomiglia proprio a lui nell’arredamento. Salimmo in camera e dalla finestra notammo che quel quartiere non era proprio turistico. Insomma, iniziò a salire una certa ansia fra due noi. Avevamo depistato i due gorilla, ma ci ritrovavamo in un posto dove le probabilità che togliessero un paio di organi a testa per rivederli  erano decimante alte. D’altronde, Messico, Colombia, non sono propio dei paesi dove la criminalità non esiste.

Io da quella camera non volevo assolutamente scendere, date le premesse, ma poi Joe e Mario si misero nelle orecchie, e la nostra giovane età ci tradì. Andammo in strada in cerca di festa, e la festa la trovammo proprio dietro l’angolo, in un bar, forse il peggiore di tutta la Colombia. Ecco, in albergo non tornammo più, ma ci ritrovammo in una qualche foresta, in un stanza che ricordava quella dell’albergo, insomma, qualcuno ci aveva drogato e rapiti. Che dire, noi a poker volevamo giocare e invece, bisognava trovare un nuovo piano, e questa volta per non rimetterci la pelle sul serio. Forse essere puniti dal Re sarebbe stato meglio.