Pubblicato il da Francesco "Straydog" Healy

Decimo capitolo del nostro mini romanzo a puntate “Vita da Gridare”. Samuel con i suoi inseparabili amici Joe e Mario questa volta s’erano cacciati in guai seri, ostaggi in mezzo al nulla, cercati da nessuno se non che dal padre di Brunella. Insomma, come si dice: “Non benissimo”.


Per chi si fosse perso il nono capitolo “Ostaggi”. seguire il link.

Doveva filare tutto liscio e invece era andato tutto storto. Forse per Samuel e i suoi amici sarebbe stato meglio perdere quel torno di Venezia. Oggi in banca non avrebbero avuto 350mila euro, ma almeno non sarebbero stati in pericolo di vita. Davvero buffo il destino per loro: di solito se vince un torneo di quella portata hai svoltato la tua vita, puoi toglierti diversi sfizi, sopratutto se sei uno studente universitario senza una lira, almeno questo valeva per Samuel, dato che ario i soldi li aveva di suoi e Joe all’università manco ci andava. In ogni caso quella vittoria a Venezia era stata la loro condanna.

Da Venezia a Bogotà, Colombia, per sfuggire al Re e ai suoi scagnozzi. I tre dovevano essere puniti per non aver rispettato i patti, di non aver dato al Re la sua parte di vincita, dato che era stato lui a pagargli tutte le spese per giocare. E poi c’era Brunella, sua figlia, presa letteralmente in giro da Samuel, che l’aveva usata per arrivare a giocare il torneo, vincerlo e fuggire via con il malloppo e senza di lei.

Una fuga in ogni caso riuscita, dato che al Re e ai suoi scagnozzi le loro tracce sono riusciti a farle perdere, peccato non per merito loro, ma per merito di una banda di narcotrafficanti che li avevano rapiti con un unico scopo, farli lavorare come schiavi nelle loro piantagioni di coca. Manodopera gratis da sfruttare per un breve periodo di tempo, giusto fin quando non sarebbe arrivato un altro carico di schiavi. A quel punto però non sarebbero stati liberi, o meglio…. for lo sarebbero stati… liberi di volare in paradiso o all’inferno, dipende dai peccati. Di certo quella banda di criminali al termine del loro lavoro come schiavi non li avrebbe lasciati con un semplice “è stato un piacere, alla prossima”. Era chiaro che non avrebbero fatto una bella fine.

«Ragazzi, abbiamo bisogno di un nuovo piano»
«Joe i tuoi piani ci hanno portato fin qui, ora dimmi te come ci potranno salvare da questo inferno»
«Samuel fidati di me, e poi non credo che tu abbia altra scelta se non quella di fidarti di me»
«Avanti spara, fa sentire a me e Samuel il tuo bel piano»
«Ascolta Mario, apri le orecchie Samuel: dobbiamo fuggire…»
«Ma va, perché io mi trovo bene qui. Quasi quasi chiedo di restare a vita»
«Molto spiritoso, ma ascolta Mario»
«Siamo qui da tre giorni e ancora voi avrete notato come me che le guardie notturne sono sole due, e verso le due di notte, dopo tre ore che hanno attacco il turno cacciano sempre una bottiglia di rum
e se la scolano tutta, e in più si fanno di coca, insomma sono strafatti»
«Si, ma sempre strafatti con dei mitra in mano”
«Ho capito, ma noi saremo stramorti se non scappiamo. Qui nessuno ci troverà mai, nemmeno il Re, anzi forse lui lo sa ed è pure contento della fine che abbiamo fatto»
«E allora qual è il tuo piano? Perché ti ricordo che siamo chiusi a chiave in questa topaia la sera, non so se te ne sei reso conto»
«Ovvio, dobbiamo simulare una rissa fra di noi, attirare l’attenzioni delle guardie, farle entrare per farci calmare e a quel punto noi dovremmo agire, esser pronti. Si, siamo solo tre contro due armati di mitra, ma saranno tutti e due fatti, possiamo riuscirci e poi scappiamo nel buio, verso dove non so, ma prima o poi arriveremo da qualche parte. Si, non ditemelo, può sembrare un piano del cavolo ma non vedo altra scelta. O moriamo restando qui, o moriamo provando a conquistare la nostra libertà»

Ore 2 AM - Era tutto pronto per mettere in atto il piano. I due guardiani erano belli cotti a puntino, strafatti come i peggiori tossicodipendenti. Samuel allora iniziò a darle a Joe, mentre Mario urlava per attirare l’attenzione delle guardie, poi iniziò anche lui a partecipare alla finta rissa. Nel frattempo le guardie, come previsto da Joe, entrarono nella stanza per sedere gli animi, e la fortuna volle che i due guardiani non avessero con se le armi, messe in attimo a terra per farsi di coca e bere rum. Per Samuel, Joe e Mario fu dunque più facile del previsto attuare il piano e fuggire via nel buoi più totale, verso nessuna direzione specifica, solo il più lontano più possibile e in fretta.

La fuga durò quattro ore. Alle sei del mattino, ora locale, erano finalmente giunti sul ciglio di una strada: non restava altro da fare che chiedere aiuto a qualche auto di passaggio, e la fortuna tornò a farli visita, perché a passare fu un auto della polizia.

La loro detenzione durò appena quattro giorni, e ora erano salvi presso un commissariato di polizia di Bogotà, che informò loro che li stavano cercando da 48 ore, che un loro parete, aveva sporto denuncia di scomparsa, e che ora con un’auto di servizio loro stessi avrebbero accompagnato i tre nell’hotel dove alloggiava questo loro parente. Samuel aveva capito già tutto, già sapeva chi c’era ad attenderli nel Palace Hotel. Arrivati nella hall dell’albergo, c’era infatti lui, il Re.

«Ciao ragazzi, mi avete fatto prendere un bello spavento». L’incubo non era ancora terminato.