Pubblicato il da Francesco "Straydog" Healy

Negli anni cinquanta Doyle Brunson dovette fingersi operaio con la sua famiglia, che non avrei capito la sua professione di giocatore di poker. Sono passati cinquanta anni e oggi, caro Doyle, forse le cose non sono poi cambiare così tanto, soprattutto in Italia.


“Nel 1956 non potevo dire che ero un giocatore. All’epoca saresti stato visto come il diavolo in persona, alla stessa maniera in cui la gente osservava ladri, assassini e criminali. Così dissi alla mia famiglia che lavoravo nel cantiere di Fort Worth come operaio”. Con questo post scritto su Twitter la leggenda vivente Doyle Brunson ha raccontato i suoi inizi.

Nessun sapeva e sospettava che Doyle Brunson, invece di andare in fabbrica a lavorare come operaio nel cantiere Fort Worth specializzato nella realizzazione di aerei da guerra, fosse un abile giocatore di poker e che con il gioco si guadagnare realmente da vivere.

Texas Dolly in quegli anni facendo invece il girovago per le città degli Stati Uniti, in cerca di partite dove spennare qualche pollo. Dopodiché, non appena il poker esplose a Las Vegas, questa divenne la sua seconda casa. A quel punto, ormai un giocatore di successo, non potè più mentire alla sua famiglia e ammise il suo reale mestiere.

“Diciamo che adesso è molto più semplice dire di essere un giocatore. Dopo 60 anni grazie a Dio siamo riusciti a sdoganare tanti luoghi comuni sul gioco e nessuno è più costretto a fare quello che ho fatto io”, conclude Doyle Brunson nel suo post.

E in parte diamo ragione al campione statunitense, ma purtroppo anche oggi, anno 2018, la maggior parte delle persone ti guarderebbe storto se gli dicessi io mi guadagno da vivere giocando a poker. Da molti viene ancora considerato come un gioco losco, di pure azzardo, utile solo a rovinare le persone. E in Italia ne abbiamo un esempio lampante con il Decreto Dignità.

Quindi forse, quei luoghi comuni, almeno in Italia, forse non li abbiamo ancora sdoganati del tutto.