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poker_online.jpgUno dei nodi fondamentali da risolvere per chi gioca i tornei di poker sit&go è quello della guerra tra i bui, la cosidetta Blinds War. In questo articolo il coach di PIW, Alessandro Zamboni, ci spiega come affrontare al meglio le diverse situazioni.




Quello che segue è un articolo scritto dal nostro coach Alessandro "Zambo19O3" Zamboni, Pro del Team Winga Poker.

Blinds War, la battaglia più feroce!

Spesso si dice che il sit&go sia sempre una guerra tra range. Nel contesto di questa guerra, la battaglia forse più feroce è la blinds war, cioè tutta quella serie di spot che si vengono a creare tra piccolo e grande buio quando, per una serie di fold preflop da parte dei giocatori che li precedono, restano da soli a contendersi un piatto che loro stessi hanno in larga parte (se non totalmente) contribuito a creare con i loro bui.

Ed è una battaglia ancora più delicata e strategicamente interessante quando il rapporto “stack/bui” costringe a combatterla in “push/fold” e i protagonisti sono “regular”, cioè giocatori che, per la loro frequenza di gioco, si ritroveranno più volte uno contro l’altro in spot come questi, anche nell’arco della stessa giornata. Quella a cui si assiste, molto spesso, è una serie di continui all-in preflop e di showdown giocati con mani anche estremamente marginali. Non è infatti inusuale assistere ad una “blinds war” in cui i contendenti finiscono ai resti preflop girando, rispettivamente, 7-4 e K-2.


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Questo accade perchè, man mano che il sit&go entra nella sua fase avanzata (“late stage”), e i bui diventano sempre più alti, “rubarli” diventa di vitale importanza. Ad esempio, trovandoci con uno stack di 1,200 chips nella fase del sit&go in cui i bui sono 100/200, “rubare i bui” ci permette di mettere le mani su un piatto di 300 chips che aumentano il nostro stack del 25%, con un conseguente aumento della nostra “equity”. Nella “blinds war” il piccolo buio si trova nella posizione ideale per commettere questo furto, poiché la probabilità che questo riesca è molto alta e la ricompensa, come detto, lo è altrettanto.

Se supponiamo, ad esempio, che il “big blind” reagisca al nostro all-in facendo “call” solo se ha una mano che fa parte del range 22+, Ax+, K9s+, KT+, Q9s+, QT+, J9s+, JT, T9s (approssimativamente il “top30%” delle starting hands) e foldando tutto il resto, vuol dire che il nostro tentativo di furto (in gergo “steal”) avrà successo 7 volte su 10, permettendoci di incrementare la nostra equity di conseguenza.

Le restanti 3 volte su 10 entra in gioco il valore effettivo della nostra mano, la quale avrà una ben determinata percentuale di successo contro una qualunque mano del “range di call” assegnato in precedenza, in quanto riceveremo il “call” e dovremo andare allo showdown al termine del quale la nostra “equity” farà un grande balzo verso l’alto in caso di successo, oppure sarà ridotta drasticamente, se non azzerata, in caso contrario.


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Con tutti questi dati a nostra disposizione possiamo calcolare il “valore atteso” del nostro “push”, confrontarlo col valore atteso del nostro “fold” ed agire di conseguenza scegliendo l’opzione più proficua. Ovviamente quanto più forte sarà la nostra mano, tanto più grande sarà il valore atteso del “push”. Tuttavia il fatto di avere un solo avversario (e quindi, come detto, probabilità molto alta che lo “steal” abbia successo), il valore elevato del “bottino”, ed il fatto di avere comunque spesso almeno un 35%/40% di successo in caso di showdown, rendono profittevole il tentativo di “steal” anche con mani veramente marginali.

Niente di strano che, supponendo che il “big blind” chiami il 30% delle volte, i calcoli del valore atteso ci suggeriscano di rubare “atc”, acronimo di “any two cards”, vale a dire pushare senza nemmeno guardare le nostre carte con la consapevolezza di trarne un profitto nel lungo periodo.

Ovviamente, però, tutto questo il “big blind” spesso lo sa. Si aspetta un nostro push “wide” (cioè con un range di mani molto ampio, se non addirittura “atc”) e non si limiterà a chiamarci con il 30% delle mani. Anche lui può utilizzare l’ICM per calcolare il range con cui rispondere proficuamente al range di push che ci sta assegnando, e ci saranno spot in cui, se ci stima “atc”, può permettersi un “call” proficuo anche con il 60% delle mani, vale a dire anche con mani tipo K-2 offsuit.


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Se vediamo un nostro avversario chiamarci con mani del genere in una “blinds wars” che stiamo pushando “atc” faremmo probabilmente un errore nel continuare a giocare “atc” in situazioni analoghe contro lo stesso avversario. Spostando da 30% a 60% il range di call, infatti, spingere tutte le mani non sarà più proficuo e dovremmo riadattare i nostri range, magari spingendo solo il 50% delle mani. A questo punto sarà il “big blind” a commettere un errore se si ostinerà a chiamarci con K-2, dato che l’aumentato valore delle mani che stiamo selezionando prima di pushare rende negativo il valore atteso del suo call.

Diventa quindi fondamentale osservare il comportamento dei nostri avversari in situazioni come questa, in modo da poter approssimare nel modo più preciso possibile i loro range ed agire di conseguenza, tenendo bene a mente che loro staranno molto probabilmente facendo lo stesso con noi e dovremmo essere veloci ad adattarci ad ogni loro comportamento se vogliamo trarre il maggior profitto da ogni “blinds war”.

Molto spesso questo continuo processo di adattamento porta i due avversari a stabilizzare i propri range sui “range di Nash”, cioè su range di equilibrio dai quali non è possibile trarre un profitto deviandovi se non l’ha fatto per primo il nostro avversario. Ma dell’equilibrio di Nash, e di quando sia più o meno utile farne uso, parleremo in una delle prossime settimane
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PokerItaliaWeb Staff