Arrivi ad un tavolo del Mini IPT e già sei un po’ emozionato perché davanti a te viene disposto uno stack fatto delle stesse chip che hai visto usare molte volte nei tornei che hai sempre sognato di giocare, ma che sinora hai solamente raccontato. È un fatto di dettagli, certo, ma nella vita è spesso così.
Sono proprio quelli che ti riportano a certi stati d’animo, a certe sensazioni. Ticchettano maledettamente bene e il fatto che sopra ci sia stampata una picca rossa che se la giri a rovescio ti sembra quasi un cuore… bhè sì, ammettiamolo, fa la sua figura. Mancano pochi minuti al via e già sai che l’unica cosa che proprio non vuoi che accada è di finirle; voglio dire, vanno bene anche due chili di chip verdi, quelle da 25, ma non va proprio bene averne poche, perché le vuoi toccare, mischiare, impilare, guardare, insomma, vuoi avere un rapporto feticista con loro. Quello è il tuo stack, ma se allarghi di un pelo il campo visivo trovi anche i tavoli dell’Italian/European Poker Tour, un altro dettaglio, perché sai benissimo che non hai speso cinquemila euro, e nemmeno duemiladuecento. Sai che hai speso quei quattrocento euro che, sì, sono tanti, ma che in fondo valgono una pazzia ogni tanto.
Dealer shuffle up and deal. È tutto uguale, tutto bastardamente uguale, tanto che un po’ mi sudano le mani. Faccio un po’ schifo, lo so, perché quando tocco le carte vedo che un po’ di quel calore lo rilascio. Hai dei vicini al tavolo. Uno è anziano, uno è giovanissimo e ha delle cuffie più grosse del cranio. Un altro ha una cofana di capelli che dalla forma il testone sembra un divieto di sosta. Ti dici, Questo è uno di quelli che avrei fotografato se fossi qui per girare attorno ai tavoli. Quello che forse non avrei mai scoperto è che il ragazzo in questione è nato con la dote dell’ironia nel sangue e qualche risata non fa mai male. Come in una barzelletta scadente al tavolo trovo anche un francese e un inglese. C’è pure il napoletano che dovrebbe essere il casus belli dell’ironia finale. Dieci persone, dieci persone normali che il telegiornale farebbe parlare con la voce effettata e il muso sfuocato. Casi umani. Non noi, i redattori dei TG.
Poi si parte con i discorsi sulle mani. Teorie alle volte incomprensibili e irragionevoli, cose dell’altro mondo che ti viene da dire, Hey amico disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a… dire stronzate. Ok, lo confesso, la battuta non è mia, neanche la massima. Ma credo che a sentire certe cose anche Voltaire sarebbe d’accordo con me. Ma comunque va tutto bene, è tutto al posto giusto al moneto giusto. Tu stesso sei nell’unico posto dove vorresti essere, vivi hic et nunc, qui ed ora, non c’è nessun mondo la fuori. Ci sei solo tu, altri nove begli imbusti come te, un dealer, le carte e le chip. Tutto meravigliosamente pacificante, tutto predisposto per riportarti a quello che in fondo hai paura a fare spesso perché temi di scoprire che anche quel tavolo rientra nel maledetto circolo delle cose della vita, di tutte quelle azioni che se ripetute troppo spesso perdono l’aurea, il dono, e diventano irrimediabilmente noiose e quotidiane.
Vissuto così il torneo di poker è un fenomeno di costume, un ritrovo di vecchi amici che ancora non si conoscono, un modo come un altro per avere la scusa buona di bere due birre… facciamo tre. È un gesto innoquo e sincero, divertente come i giochi di quando eravamo piccoli e che, proprio come allora, ci fa vedere tutto più grande di quanto non sia. Siamo al Mini IPT, ma se potessimo mettergli un nome diremmo di essere al nostro personalissimo Maxi IPT, un evento strano, che ha il sapore di poker e in fondo — a costo di essere banali peggio delle metafore nelle canzoni di Nek — trova la sua declinazione nei paesaggi onirici delle nostre proiezioni interiori. Rigiocherò live, magari tra un anno, perché voglio provare di nuovo quello che ho provato due giorni fa, dal primo shuffle, fino a quel fottutissimo jackjack che mi ha segato le gambe. GG to poker.