Poker e Risate: Il poker è solo un gioco di culo, conta esclusivamente la fortuna!

Qualche giorno fa ero a cena con amici, detto per inciso, amici totalmente ignari del mondo del poker e delle sue mille e piu’ sfaccettature, che non saprebbero mai distinguere un full da un draw bucato.

Qualche giorno fa ero a cena con amici, detto per inciso, amici totalmente ignari del mondo del poker e delle sue mille e piu’ sfaccettature, che non saprebbero mai distinguere un full da un draw bucato.

 

Verso la fine della serata, quando l’alcol è ormai entrato in circolo e le lingue si sciolgono, finisco inevitabilmente al centro dell’attenzione, per questa mia strana forma di semi-giornalismo-autodidatta che mi porta a scrivere articoli, un po’ per passione un po’ per retribuzione, su Pokeritaliaweb. Così al fine di sviare il discorso racconto qualche aneddoto divertente della vita da ballas dei super pro americani.

Tra le varie domande che mi vengono poste dagli amici la più classica riguarda sempre il tema della fortuna. In verità a volervela dire tutta, se l’argomento fosso trattato sotto forma di domanda sarebbe anche plausibile ed accettabile. Il vero problema, che fa imbufalire chi bazzica l’ambiente del poker, è che il discorso non viene mai affrontato come domanda, ma bensì come sibillina affermazione. La più classica: “Il poker è solo un gioco di culo, conta esclusivamente la fortuna” Questa è una delle bestialità classiche di chi vuole sempre sentenziare su un argomento di cui è completamente ignorante, nel senso che ignora, frutto tipico della nostra malata società moderna.


L’unica cosa che mi solleva dal dover dar senso a queste affermazioni/domande è che di solito vengono fatte quando ormai è giunta l’ora del digestivo, manca solo il conto e poi ognuno va per la sua strada. Difficile spiegare i concetti del poker a uno, che per sua stessa ammissione non conosce nemmeno le regole e forse non ha mai visto un mazzo di carte, ma che sentenzia a priori che sia tutta una questione di fortuna.Sarebbe come spiegare ad un Hobbit della Contea la norma del fuorigioco del campionato di calcio. Pura utopia.Questa volta invece, tra le varie stupidaggini che mi son sentito dire, sulle quali puntualmente ho glissato (in queste situazioni vale sempre il detto: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire) mi è stata rivolta una domanda diversa dalle altre, a suo modo interessante, con una sua logica di vita.


Doyle BrunsonUno dei commensali, dopo l’ottavo od il nono amaro Averna, non ricordo bene il numero esatto, mi ha fatto una domanda sintatticamente corretta a riguardo della categoria dei giocatori professionisti di poker: “Ma uno che di lavoro fa il giocatore di poker, non si sente moralmente in difetto quando sa che i soldi vinti sono frutto di una perdita economica altrui?” La domanda nella sua apparente semplicità rivela comunque un certo interesse e secondo me va analizzata anche con esempi pertinenti.Iniziamo con il dire che quando uno si iscrive ad un torneo di poker sa già a cosa va incontro. Non è che gli si punta la pistola alla tempia urlandogli: “O il buyin o la vita!”


Io ho una attività imprenditoriale e mi capita pressoché di continuo di fare preventivi per determinati lavori ad altre aziende, spendendo tempo e denaro. Ovviamente la mia, non è l’unica società a fare lo stesso preventivo. Se vinco l’appalto per quella specifica commessa non mi sento moralmente in difetto perchè il lavoro l’ho preso io e non un’altra azienda che ha comunque anche lei investito tempo e denaro nello stesso progetto. E’ semplicemente la legge del mercato.


Facciamo un altro esempio di tipo calcistico. L’attaccante che segna un gol decisivo all’ultimo minuto dell’ultima giornata di campionato e proprio grazie alla sua rete permette alla sua squadra di salvarsi condannando la squadra avversaria alla retrocessione non credo si senta triste per quanto fatto. Io ritengo che stia semplicemente cercando di svolgere al meglio il suo lavoro.


E in fin dei conti proprio di questo si tratta. Io credo che a parte rari casi, tutta la popolazione mondiale lavori per vivere e non viva per lavorare, perché se si potesse vivere anche senza lavorare saremmo tutti a spasso dal mattino alla sera. Ne consegue che uno cerca di fare il miglior lavoro possibile, gratificante sia a livello sociale che a livello economico, limitatamente alle sue capacità e possibilità. A me, ad esempio, sarebbe tanto piaciuto fare il ginecologo, ma il mio diploma di perito elettronico non mi ha mai permesso di sostenere l’esame di abilitazione professionale….


Tutto questo mio rutilare semplicemente per dire che non vedo nulla di così scandaloso se uno tra le varie opportunità che la vita gli ha messo di fronte si trova particolarmente a suo agio ai tavoli verdi di poker.


Ognuno sceglie la sua strada e come dice Doyle Brunson: “tutto può cambiare quando vengono date le carte”

Marco Zanini

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