Recentemente hanno fatto molto discutere le dichiarazioni di Joe Hachem in merito alla generazione attuale di poker player Premesso che nutro grande stima ed ammirazione per il campione del mondo 2005 non mi trovo molto d’accordo con lui in alcuni punti della sua intervista.
Leggi le dichiarazioni di Joe Hachem pubblicate su PIW una settimana fa
Joe Hachem si scaglia contro Jeamie Gold, campione del mondo 2006, primo su 8773 iscritti per 12 milioni di dollari di premio e su Jerry Yang, campione del mondo 2007, primo su 6358 iscritti per 8,25 milioni di dollari di premio. Per Hachem loro sono stati dei pessimi campioni del mondo, incapaci di interpretare il ruolo di ambasciatori del poker.
Indubbiamente non si può dar torto alle parole di Hachem, ma non trovo giusto colpevolizzare Yang e Gold per un semplice quanto banale motivo: non sono loro che devono interpretare il ruolo di ambasciatori del poker, semplicemente per il fatto che non sono giocatori professionisti. Gold arriva al main event delle Wsop del 2006 da imprenditore nel ramo dello spettacolo e Yang, laureato in psicologia, nel 2007 faceva il terapista e l’assistente sociale. Non erano professionisti del poker prima di allora e non lo sono diventati dopo. Senza entrare in questioni tecniche, hanno vinto il torneo più importante del mondo, un po’ per fortuna e un po’ per bravura, ma questo non fa di loro ambasciatori del poker, ma solo nuovi milionari. Non sta a loro fare propaganda al mondo del poker, semplicemente perché non è una cosa di loro competenza. Non è vincendo il main event delle WSOP che si viene investiti di un ruolo morale nella community del poker.
Se si prende in esempio gli ultimi campioni del mondo, nessuno di loro, fatta eccezione di Jonathan Duhamel, vittorioso nel 2010, ha mai lasciato un segno tangibile a livello mediatico nel mondo del poker. Nel 2008 vince l’olandese Peter Eastgate 23 anni. Lui addirittura interrompe la sua carriera per quasi un anno nel 2010, mal sopportando i riflettori e non avendo particolari stimoli per giocare. Nel 2009 vince l’americano Joe Cada a non ancora 22 anni, che raramente esce dagli Stati Uniti per giocare tornei fuori confine. Nel 2011 vince il tedesco Pius Heinz a 22 anni e nei due anni successivi ha piazzato solo 5 bandierine di poco conto, prendendo parte a pochissimi eventi live. Nel 2012 è la volta dell’americano Greg Merson a 25 anni e l’anno scorso quella del suo connazionale Ryan Riess (Riess the Beast!) di due anni più giovane che per ora non hanno decisamente dimostrato particolari abilità mediatiche.
Non si può pretendere che dei ragazzi con meno di 25 anni, lanciati di punto in bianco sulla ribalta mondiale, abbiano la personalità di un Negreanu o di un Hellmuth, gente che vive di poker e telecamere da una vita. La trovo una cosa assolutamente normale e più che giustificabile. E trovo che ci siano almeno un paio di motivi per giustificare tale comportamento. Il primo è che campioni del calibro di Hellmuth, Negreanu, per non dire Brunson, sono degli animali da palcoscenico. Non hanno iniziato la carriera online davanti ad un computer, ma hanno calcato subito le scene live, ed hanno avuto anni per crearsi una sorta di personaggio pubblico facilmente riconoscibile anche dai non appassionati. Dal grande vecchio con il cappello da cowboy, all’irascibile egocentrico, al mingherlino che non sta mai zitto e parla come una macchinetta. Loro si sono creati un personaggio perché hanno avuto il tempo e la possibilità di farlo, non sono stati sbattuti in prima pagina da un giorno all’altro. Anche se stiamo parlando di non più di 15-20 anni fa nel poker contano come secoli di evoluzione. Inoltre a dirlo sono anche i numeri: nel main event di 20 anni fa c’erano 220 iscritti, in quello dell’anno scorso ce n’erano 6352. Molto più semplice diventare dei personaggi quando la concorrenza è limitata.
Secondo Hachem ai giovani interessano solo i soldi, però bisognerebbe anche riflettere che stiamo pur sempre parlando di ragazzi che a meno di 25 anni hanno vinto una cifra che una persona normale non si sogna di mettere insieme nemmeno in tre generazioni, difficile non dargli un peso importante rispetto ad altre motivazioni. Sempre a differenza dei campioni citati prima che si sono costruiti le loro fortune nel corso degli anni, questi giovani vincitori dei main event attuali hanno “sbancato” in un colpo solo, non ci hanno messo anni di mtt e cash game. In un unico torneo hanno vinto più di molti stimati professionisti in tutta la loro carriera, per cui non ci trovo nulla di scandaloso se la loro percezione del poker differisce da quella di altri professionisti.
Vincere un torneo di poker, per quanto importante sia, non fa del vincitore un ambasciatore del poker, ma solo un uomo col conto in banca più capiente.
Marco Zanini