Ci sono passaggi fondamentali nella vita di ognuno di noi. Momenti per i quali stappare una bottiglia di quelle buone della gran riserva, custodite in un angolo della cantina. Pensate ad esempio quando facciamo level up, momenti che segnano la vita del pokerista che alberga in noi.
In quella che i player chiamano la “real life” ci sono altrettanti momenti cruciali e fondamentali che segnano una svolta nella nostra quotidianità. Essere padre ad esempio, o madre se siete di sesso femminile, preferisco sempre precisarlo per non essere accusato di sessismo. Io ho avuto la fortuna o l’ardire, di vivere entrambe le esperienze. Non che sia diventato sia padre che madre, intendo dire che ho fatto sia level up pokeristico che level up nella real life diventando padre di un tenero frugoletto sgacazzante.
Vale la pena dire che per quanto riguarda il poker, il level up è stato solo dai micro ai mid, poi li son rimasto impantanato in una palude di sessioni mtt e/o cash di scarso profitto economico, che mi hanno fatto propendere per non azzardare nuove scalate. Ma ragazzi, parlando di level up, diventare padre è tutt’altro paio di maniche. Io penso che il papà faccia davvero molta più fatica rispetto ad una mamma a somatizzare l’evento e fino a che non vede con i propri occhi il suo frugoletto, non realizzi appieno quello che sta succedendo.
E’ un po’ come andare all in da iper short senza guardare le carte, essere chiamati da mezzo tavolo e girare le carte solo allo show down, per poi accorgersi di aver vinto il piatto con 5e2 off. L’emozione di capire che il piccolino strillante tenuto in braccio dall’ostetrica è proprio il tuo, pokeristicamente parlando, è paragonabile solo all’emozione di vincere un torneo live. Poi torni a casa, con il tuo frugoletto infilato in un sacco/tuta arancione, che sembra un pneumatico invernale e ti poni la stessa domanda di quando sei fuori posizione con due Jack e c’è un reise ed una 3bet: e adesso che si fa?
Devo farvi una confessione: son passato 16 mesi da quando mi son fatto questa domanda ed una risposta precisa non me la sono ancora data. I ganci li ho foldati tempo addietro, ma una cosa l’ho capita: credete a me, non ci sono molte differenze tra giocare a poker ed essere padri (ehi, non ho detto “buoni padri”, ho solo detto “padri”). Prima non dormivi la
notte per le sessioni fiume al cash game o agli mtt, ora non dormi comunque perché il piccolo ha mal di pancia, gli spuntano i dentini, ha la febbre, tosse, vomito, diarrea, o qualunque malattia che faccia uscire dal suo corpo strane cose.
Prima parlavi per ore con gli amici su FB di un torneo, di una mano giocata, di un palinsesto, delle tette di Liv Boree, ora invece sei iscritto ad un gruppo dove ti tieni aggiornato sulle migliori marche di pannolini e su dove puoi trovare degli omogenizzati di qualità in offerta. Prima eri schifato dalle giocate dei donk al tavolo, ora sei schifato dalla puzza mefistofelica che esce dal pannolino di tuo figlio. Ed esattamente come succede al tavolo quando cerchi di evitare un donk allo stesso modo cerchi di evitare che tua mogli ti appioppi l’ingrato compito di cambiare il pannolino.
Quello che nessuno ti dice e nessuno ti spiega e che nessun torneo di poker potrà mai eguagliare sono gli occhi di tuo figlio. Gli occhi di tuo figlio quando ti guardano, che ti fanno sempre sentire quel nodo nello stomaco, come se capissi che quando diventi padre tutto assume un’importanza relativa. Perché, come diceva Umberto Eco: “Credo che ciò che diventiamo dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di insegnarci. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza.”
Dedicata con simpatica ironia ad alcuni amici poker player che stanno per diventare padri, loro sanno chi sono senza bisogno di citarli.
Da anni sono appassionato di poker sia live che online e mi diverto a scrivere di texas hold’em. Mi piace viaggiare, leggere e giocare a calcio.