Parliamo di poker, ma quanto ci capiamo in realtà?

Quando parliamo di poker siamo certi che le nostre parole vengano comprese esattamente come vorremmo? Qual è il margine di errore? È sempre tutto chiaro? Proviamo a dare una risposta a questo interessante tema di confronto.

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Quando parliamo di poker siamo certi che le nostre parole vengano comprese esattamente come vorremmo? Qual è il margine di errore? È sempre tutto chiaro? Proviamo a dare una risposta a questo interessante tema di confronto.

 

 

 

 

Nel poker, come nella vita, una delle risorse più importanti che abbiamo sono gli amici che condividono la nostra stessa passione. È con loro infatti che ci confrontiamo cercando di capire come affrontare al meglio le nostre sessioni e facendo la review degli spot più interessanti. Ma il mio nick (ilFilosofo) vorrà pur dire qualcosa, no? Quindi mi sono chiesto: cosa significa parlare di uno spot? e che probabilità abbiamo di capirci?

 
Prima di tutto un accenno alla filosofia. Quasi tutte le discipline che si occupino della comunicazione e della comprensione del linguaggio sono oggi sufficientemente concordi nel ritenere che la parola, o più in generale qualsiasi tipo di significante, non sia veicolo di un significato univoco. Quando io sento il vocabolo “tavolo” ricostruisco un significato per quel significante dedotto dalla mia esperienza di tavolo, quindi magari l’immagine che mi verrà alla mente sarà di un tavolo in particolare che poi assocerò ad un’idea funzionale che ho maturato nella mia vita dell’oggetto tavolo.
Fin qui niente di strano, ma le cose si complicano quando ci troviamo ad avere a che fare con quelli che vengono chiamati “concetti vaghi”: parole come bene, male, amore, bello, felicità, dolore, ecc…, non veicolano nessun concetto (significato) chiaro e definito e dunque l’unica evocazione in noi risiede nell’esperienza che ne abbiamo fatto.
 
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Secondo Pierce tra significato e significante interviene il referente che svolge il compito di darci un’angolazione prospettica per la comprensione del significante al fine di ricostruire il significato. (Per esempio vedi sotto)
 
Riformulo dunque la domanda iniziale sulla base di queste nuove specificazioni: in un discorso sul poker quanto può essere incisiva la vaghezza intrinseca dei concetti? Ovvero, quanta incidenza può avere la nostra esperienza soggettiva sulla comprensione di un discorso che, almeno nelle intenzioni, si presenta come scientifico e quindi oggettivo?
 
La valutazione dell’avversario.
 
Prendiamo un esempio casuale. Due giocatori parlano di uno spot e uno chiede all’altro “ma oppo era un giocatore aggressivo?” Che cos’è un giocatore aggressivo? Quello che posso dire in merito è che chi sembrerà molto aggressivo e loose a Doyle Brunson potrà magari sembrare Nitty ad un Maniac svedese. La misura esatta dell’aggressività “oggettiva” del player in questione non la potremo mai trovare a parole proprio per il gap esperienziale di cui si parlava prima. Da qui l’importanza vitale dei numeri, degli HUD e dei software di analisi che, piaccia o non piaccia, ci danno una stima statisticamente corretta ed incontrovertibile delle caratteristiche di un giocatore (tutto questo per lo meno secondo un modello matematico che riteniamo giusto, ma questa parentesi rischierebbe di diventare un altro articolo volendo approfondire anche questo discorso).
 
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Mike Caro
 
Letture e tell.
 
Fin qui abbiamo capito che tutte le componenti quantificabili del poker (abbiamo parlato di aggressività ma avremmo potuto fare un discorso del tutto analogo su tante altre caratteristiche individuali). Come ci si può comportare sui veri e propri concetti vaghi del poker? Ovviamente il terreno è molto più delicato; scorrendo le pagine del volume “Poker Tells” di Mike Caro mi è parso di leggere un testo di criminologia di fine ottocento, quando alla fisiognomica veniva concesso l’appellativo di scienza. In verità, pur trovandoci di fronte ad una serie di consigli utilissimi, non abbiamo la benché minima idea del perché un dato gesto non possa rappresentare l’esatto contrario di quello che Caro ci indica. Badate bene, non sto dicendo che quel libro non abbia valore, ce l’ha eccome, ma è innegabile che al contrario della scienza, che tenta di risalire al perché delle cose studiandone le componenti causali, il testo di Caro si limita ad un dettagliato elenco di effetti ai quali si tenta di dare una causa ragionando per vie arbitrarie.
 
Ne deduciamo immediatamente di essere finiti nel campo dell’opinione che per quanto interessante, lungi dal concludere il discorso, origina spesso molte diramazioni e fraintendimenti nel momento in cui si voglia mettere scienza ove scienza non c’è. Letture basate sui tell o sulla situazione emotiva del torneo, insieme a quant’altro sia legato all’intuizione dell’essere umano agente, sono dunque concetti incomunicabili, scientificamente parlando, poiché l’associazione significato-significante si concretizza nell’ambito di un concetto vago.
 
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Spesso pensiamo di esprimere un dato di fatto trascurando che è un’opinione
 
Avviandomi verso la conclusione di quello che ad alcuni (erroneamente secondo chi scrive) potrebbe essere parso come un inutile volo pindarico, vorrei far notare come la distinzione che spesso viene sottolineata fra componente umana e componente matematica nel poker trova qui un’ulteriore specificazione relegando la matematica ai concetti chiari e lasciando quelli vaghi alla sensibilità dei giocatori che potranno, grazie alla presenza di questa componente non modellizzabile e dunque non quantificabile, far segnare la differenza tra un buon giocatore e un giocatore geniale.
 
Referente, esempio pratico.

“Cortesemente, qualcuno mi fa un caffè?”. Supponiamo che un attore dica questa stessa frase dopo pranzo al bar e alla sera dal palco: quando gli verrà corrisposto realmente il caffè? (Si spera) dopo pranzo. Con questo esempio possiamo capire perfettamente come l’interpretazione della catena fonica (la frase, il significante) sia veicolata dal referente (in questo caso il luogo ove ci si trova) nella ricostruzione del significato della catena fonica stessa. Ma supponiamo invece di essere al bar e dire al barista “Poesia mi fa un caffé?”. Questo esempio, presente nelle pagine de “Il silenzio di Hermes” di Luciano Nanni, aiuta a capire un possibile GAP della comunicazione: il barista in questione dovrà prendere una decisione arbitraria in merito a quale delle due parti della frase abbia più importanza e ovviamente attuerà la sua scelta sulla base dell’History che ha su di voi. In caso di assenza totale di una sorta di storico opterà quasi certamente per la soluzione più comune. In ogni caso le possibilità sono due, ognuna con il suo grado percentuale a seconda di chi siete e cosa rappresentate per il vostro interlocutore, il quale, se crederà alla prima parte non vi farà il caffé; se invece crederà alla seconda parte vi farà un caffè, magari fingendo di non aver sentito la prima parte della frase. Il poker è un modello di comunicazione che molto spesso rientra in quest’ultima categoria, ovvero è un modello di comunicazione con il significante vago.
 
scritto da Luca ‘ilFilosofo‘ Barbi

 

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