Quando il poker lo si giocava al bar…

c451a097acfe2e99a33f9dde3c6d5824.image.240x240.jpgQuando avete incontrato il poker per la prima volta nella vostra vita? Una domanda che, almeno per me, richiede di fare un bel salto indietro con la memoria, un salto che mi riporti bambino, quando ancora era mio padre a portarmi al bar.

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c451a097acfe2e99a33f9dde3c6d5824.image.240x240.jpgQuando avete incontrato il poker per la prima volta nella vostra vita? Una domanda che, almeno per me, richiede di fare un bel salto indietro con la memoria, un salto che mi riporti bambino, quando ancora era mio padre a portarmi al bar.

 

 

Il ritrovo è fissato alla canonica, come sempre, proprio sotto a quell'albero di Natale di caramelle che Gianni fa sempre finta di urtare con la spalla quando si appoggia al bancone. Mai caduta una caramella: attaccate col mastice, che secondo Franco, il proprietario, «Il fumo di sigaretta ci fa forza», al mastice. Quando Mussolini passò per il paese ha potuto prendere tutto, ma non una cazzo di caramella. Almeno quelle, [autocensura], te le porti da Roma.

 
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«Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta
ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta.
Qualcuno è andato per età, qualcuno perché già dottore
e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera
ed è una morte un po' peggiore.»
(Francesco Guccini, Canzone delle osterie di fuori porta)
 
In quel bar ci andavo fin da bambino, dopo pranzo, quando mio padre prima di andare al lavoro mi caricava sul motorino, un fantastico Jimc con Speedy Gonzalez appiccicato in cima al parafango, e andava verso la piazza per la partita a tresette. Erano tempi diversi, tempi non molto lontani a dirla tutta, ma diversi, su quello non ci piove… Il locale era della curia, solo le pareti però. Quando entrava il prete per il caffé si faceva una cultura in dieci minuti: Dio veniva accostato con una frequenza quasi rituale a qualsiasi animale presente sulla terra. Le prime volte poteva risultare dissonante la sua presenza, e nessuno nascondeva un principio di disappunto a vederlo entrare. Era quello che aveva ingurgitato il quantitativo più alto di grappa a prendere la parola per primo: «Alóra Don, émmia già finì ad fadigár anch' pr'ín 'có?»1 e il parroco già capiva che avrebbe trovato qualche difficoltà ad utilizzare la retorica per girarla a proprio favore e si sentiva mediamente tagliato fuori da quello stesso discorso che invece stando ai suoi libri di storia, la Bibbia, venivano così bene tra Gesù e i muratori dell'epoca. Fatto sta che buttava giù il caffé anche abbastanza in fretta e tornava in chiesa, o al limite all'ARCI, che lo trattavano meglio che all'oratorio. Non ha mai avuto vita facile il nostro pretino.
 
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«Al bar Casablanca con una gauloise 
la nikon, gli occhiali e sopra una sedia i titoli rossi dei nostri giornali
blue jeans scoloriti la barba sporcata da un po’ di gelato 
parliamo, parliamo di rivoluzione, di proletariato»
(Giorgio Gaber, Al bar Casablanca)
 
Il tempo passava, e a sei anni ho assaggiato la grappa per la prima volta. Qui a mia discolpa devo chiamare in campo il concetto di lesa maestà, perché mi avvicinai al tavolo di questi signori solamente per raccattare i bicchieri vuoti e avere così in cambio qualche moneta per giocare ai video giochi del bar: puccettoni si nasce e io, modestamente, lo naqui. Fatto sta che mentre mi avvicino al tavolino il signor Iosò, pace all'anima sua, mi bracca tipo fosse uno stopper degli All Black e mi dice «Assaggia quest'acqua qua com'è buona!». Lui parlava italiano perché era uno dei pochi che aveva studiato (da cui il suo nomignolo) e dunque un tono bisognava pur darselo. Io assaggio e il sorso mi secca lentamente l'esofago fino ad arrivarmi nello stomaco che sembrava che ci si fossero ritrovati due naufraghi ad accendere un falò… un bruciore del cazzo che mi lascrimavano anche gli occhi. Tutti a ridere e la mia autostima di bimbo subì un calo d'equity del 3%. 
 
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«Il commendatore gioca la carta sbagliata 
il suo compagno proprio non l'ha digerita 
pero' sta zitto tanto con lui non si vince mai una partita»
(Ligabue, Bar Mario)
 
Ma il posto diventava ancora più interessante la sera. Io lo vedevo solo d'estate quando non andavo a scuola. Mio padre mi consegnava le classiche mille lire per cambiare le monetine e mi sparavo le mie ottime dieci partite ai videogiochi, cento lire a volta,  che sistematicamente finivano in altrettanti minuti. Serata appena iniziata, pochi bicchieri vuoti in giro, e l'unica cassa a cui battere è quella di papà che sta giocando a carte. Aspetto la fine della partita e invitato dagli amici che in parte colgono l'occasione per prenderlo per il culo perché non mi vuole dare altri soldi, e soprattutto perché volevano bestemmiare con tranquillità, alla fine mi dà un altro pezzo da mille. 
 
Episodi che si ripetevano parecchie volte in una serata e che avevano a che fare ogni volta con Franco, il barista: un omone dell'età di mio padre che in preda alla depressione si faceva di ogni cosa assomigliasse ad un antidepressivo e che si addormentava in piedi appoggiato alla macchina del caffé, tipo i gatti con il cofano della macchina, cercava il calore forse. In ogni caso anche con lui aveva un budget di risvegli anonimi, dopo i quali saltavano fuori quelli incazzati. 
 
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«Musso, Musso 
liscio e busso 
passa appresso 
carica a bastoni 
cala l'asso 
piglia, strozzo 
smazza il mazzo Cavallaro»
(Vinicio Capossela, L'accolita dei rancorosi)
 
Vado con le mie belle mille lire in mano e le sventolo come uno che vuole comunicare al mondo che «Adesso io mi vi compro anche quello che c'avete davanti… pezzenti!» e mi apposto davanti al bancone, dal quale sbuco solamente con la testa. «Franco, ùm dàt dès da sént franc?»2. Lui si sveglia e con calma e lentezza quasi plastica si volta verso di me. Posso vedere ogni sua piccola variazione ritmica, non è nulla di complicato quando quello che osservi si muove a micron. Ci siamo… ci siamo quasi… dai… un ultimo sforzo Franco e…. eccomi, sono qui! «Porco ***, ma 'n pòt mìnga andàr a spacár i marón in n'ántar bár?»3.
 
***
 
Poi passano gli anni, e i bar di una volta invecchiavano ungendosi degli oli più strani, moriva qualche avventore rimpiazzato da qualcuno di quelli che anni prima non arrivavano al bancone e non sapevano riconoscere la grappa prima di berne un bicchiere intero e se sei stato capace di crescere abbastanza da non farti uccidere a forza di scherzi con i superalcolici puoi andare al bar anche la sera. Fondamentalmente tuo padre spera sempre che tu sia di quella pasta d'uomo che non solo non si fa fregare tra grappa e acqua, ma che tra le due tu prenda la grappa di proposito e stenda in resistenza tutti i burloni. Io magari mi difendevo, anche se ero ancora tra i più piccoli e dunque inevitabilmente le prestazioni migliori non erano le mie. Promettevo bene però e quello lo notavano in molti, compresa la moglie di Franco, più volte colta a fregarsi le mani pensando a quanti grappini avrei consumato al suo bar. Franco era appiccicato alla macchina del caffé in piena fase REM, ma che ci vuoi fare, l'uomo è fatto delle proprie abitudini.
 
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«Non so com’è ma è accaduto
lui è entrato nel bar con lei e si è seduto io ero li affascinato,
la sua carica sessuale si spandeva nel locale ed io di desiderio stavo male.
Così mi sono avvicinato e a giocare a poker l’ho invitato
avevo un full e lui due coppie cosa rilanci se non hai più niente tranne lei?
“Se perdo tu l’avrai”»
(Ivan Graziani, Il chitarrista)
 
Fu proprio durante una di quelle serate che mi spinsi nella sala “dei grandi”, quella dove non mi avevano mai fatto entrare perché ero troppo piccolo, e sapevo benissimo che non era per via delle seggiole più alte. Quando ci butto gli occhi vedo che ai tavoli stanno giocando a carte, mica è una novità, penso tra me e me, fatto sta che chiedo di andar dentro e mi fanno entrare. Non è che fosse poi così difficile andarci: bastava chiedere? Comunque entrai curioso come pochi e vidi diversi tavolini su cui si giocava a carte con dei soldi che giravano di mano in mano alla fine di ogni partita. Sul tavolo in fondo c'era anche Iosò che giocava a scacchi contro un tizio che non avevamo mai visto dall'altra parte del bar. Praticamente li conosco tutti, tutta gente normale che gioca a soldi, una cosa che per me allora era una cosa da film, da malavitosi: praticamente a dieci anni avevo la visione del mondo che hanno oggi le redazioni del novanta per cento dei giornali italiani, che ganzo! 
 
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«E quando verrà l'ora
di partire, vecchio mio
scommetto che ti giochi
il cielo a dadi anche con Dio
e accetterà lo giuro
purché in cielo, dove sta,
se non ti rassomiglia che ci fa?»
(L'uomo che si gioca il cielo a dadi, Roberto Vecchioni)
 
Ero curioso e così le sere le passavo spesso di là a guardare loro giocare. Scoprii che anche le partite a scacchi di Iosò non erano gratis ma che ci si pagava a pezzi mangiati seguendo il valore cardinale dei pezzi sulla scacchiera. Mi ci divertivo tantissimo e tra fumo, vino e bestemmie, passavo le sere a fare il cameriere abusivo con il solo scopo di rimanere a curiosare. Non durò molto: una soffiata ed è finita lì, 40 giorni di chiusura al bar e tutti a casa e io per la prima volta della mia vita non avevo un bar dove andare la sera. Poco male, tra un paio di mesi faccio undici anni e iniziano i mondiali negli USA. Qualcosa da fare quando hai undici anni alla fine lo trovi sempre.
 
L'angolo delle traduzioni:
1. «Allora Don, abbiamo già finito di far fatica per oggi?»: detta in dialetto rende chiaramente l'idea che il destinatorio non fa MAI fatica.
2. «Franco mi dai dieci da cento lire?»: Fránc, ovvero, franchi, da noi lo si usava dialettalmente al posto di lire, probabilmente un retaggio dell'occupazione francese.
3. «Porco ***, ma non puoi andare a rompere i coglioni in un altro bar?»
 

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