Il poker è un'attività moralmente accettabile per la religione cristiana? e per i più importanti filosofi etici della storia? Prendendo spunto da un interessante thread aperto sul nostro forum, ho cercato di fare un po' di luce sull'argomento. Questo il risultato.
RELIGIONE CRISTIANA — Il dibattito sulla moralità del poker da un punto di vista prettamente cristiano non ha molta longevità. Rispetta il prossimo tuo come te stesso è il precetto più adatto per dare una risposta all’interrogativo. Giocando a poker, riducendo al nocciolo la questione, cerchiamo di incontrare persone più deboli di noi al tavolo verde e cerchiamo di sfruttare la loro ignoranza — il più delle volte inconsapevole — per guadagnare denaro. Questa seppur lieve circonvenzione è decisamente contraria alla morale cristiana che suggerirebbe piuttosto di sensibilizzare l’avversario più debole, così come vorreste fosse fatto con voi nella stessa situazione. Il poker non crea fratelli bensì rapporti di potere che, seppur codificati, presuppongono la sopraffazione del prossimo.
FILOSOFIA — Il bilancio complessivo non cambia di molto analizzando il poker a partire dalle tante morali proposte dalla filosofia. Immanuel Kant non avrebbe considerato morale approfittarsi dell’incapacità altrui per un mero fatto di guadagno: saremmo venuti meno al principio secondo il quale l’uomo è sempre e solo un fine, mai un mezzo. Il discorso rimane invariato per tutte le morali che mettono al centro dei loro obiettivi la dimensione sociale del vivere comune per il semplice motivo che nessuna di esse riesce a determinare come retta la condotta di chi cerca di affermare se stesso a discapito del collettivo che, in fin dei conti, altro non è che l’insieme di tutti gli altri.
ALL-IN: LA VOLONTÀ DI POTENZA — Per trovare una filosofia che riesca a legittimare e comprendere un’attività come il poker lungo il corso delle sue argomentazioni dobbiamo fare un salto a Lipsia durante la seconda metà del 1800: un salto nella grande filosofia di Friedrich Nietzsche, il quale con l’elaborazione dei concetti di volontà di potenza e di superuomo definisce i canoni di pensiero necessari per spiegare al meglio il poker e i suoi appassionati. Il giocatore, proprio come l’ubermensch, cerca di affermare se stesso, la propria unicità e la propria singolarità sul gregge del collettivo. La sua autodeterminazione passa inevitabilmente attraverso la fondamentale necessità di essere il migliore, di essere quello che irride il prossimo dall’alto della sua superiorità. Certo, non stiamo parlando di una morale propriamente detta, ma è quanto di più vicino alla spiegazione e alla comprensione del poker.
LA CONTEMPORANEITÀ— Come tutte le passioni, il poker è un’attività che ci coinvolge profondamente facendo sprofondare il nostro tempo verso il presente. La concentrazione richiesta insieme all’adrenalina rilasciata da tale attività, riescono a dilatare il tempo allontanando dal soggetto agente il passato e il presente. Quando gioco a poker il tempo è dunque il mio qui ed ora e i problemi della vita, vissuta quasi sempre ponendo le nostre attenzioni su passato e futuro, rimangono per un momento fuori dalla porta della nostra percezione.
CARO IO — Un mendicante trova un importante quantitativo di denaro che sa appartenere al sovrano del suo regno. Il re è ricchissimo e quella cifra, che certo cambierebbe radicalmente la vita del poveretto, non sarebbe in grado fare la differenza nelle casse del regno. Il dilemma morale è chiaro: tenere o restituire quei soldi? Kant risponde in modo chiaro: il mendicante sa benissimo che cosa sarebbe giusto fare (restituire il denaro, ovviamente) ma il suo giudizio terrà conto anche del proprio “caro io”, ovvero dell’amor proprio espresso dagli individui. Qualsiasi legge morale, laica o religiosa che sia, ha il compito di comprendere all’interno delle proprie argomentazioni l’imperfezione propria dell’essere umano il quale, ben lungi dalla santità, si ritrova costantemente coinvolto nello sforzo tragico di una scelta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.