Caro il mio terremoto, l’Emilia barcolla ma non molla!

Torniamo indietro di qualche anno, quindici per la precisione. Notte estiva, di quelle che qui in pianura ti si attaccano alla pelle mentre anche la luna sembra scaldare l’aria che respiri. Parco Rudi, siamo tutti li, e tutti non abbiamo mai capito perché avessero deciso di chiamarlo in quel modo. 

Torniamo indietro di qualche anno, quindici per la precisione. Notte estiva, di quelle che qui in pianura ti si attaccano alla pelle mentre anche la luna sembra scaldare l’aria che respiri. Parco Rudi, siamo tutti li, e tutti non abbiamo mai capito perché avessero deciso di chiamarlo in quel modo. 


Siamo seduti sulle panchine dietro al municipio, sul tavolo qualche banconota da mille lire e molte monete da cento lire. Tra le dita delle mani cinque carte, di quelle che qui tutti chiamavano “da scala quaranta”. Per farla breve: poker a cinque carte. Le prime partite le ho fatte li, a San Possidonio, dietro a quel municipio che col tempo è diventato edificio abbandonato e poi, negli ultimi giorni, un rottame con un piano in meno. Il parco invece è più o meno quello che era, solo con le panchine più vecchie e sempre più coperte d’inchiostro. Andrea(cuore)Valentina millenovecentonovantaquattro è stato rimpiazzato da un paio di nomi diversi e una data più recente ma cambia poco: tutto meravigliosamente uguale, anno dopo anno, estate dopo estate.

Cambiare, un paese cambia sempre, è un processo irreversibile al quale ci si abitua invecchiando. Più difficile è rassegnarsi all’evidenza che quel cambiamento tutt’un tratto cambi ritmo, superi quello dell’uomo e in pochi minuti infranga al suolo la maggior parte dei luoghi che si possano ricordare lasciando sul palato il sapore amaro della consapevolezza di un torto maturato e cresciuto sulle spalle di alcuni lungo anni passati a ignorare colpevolmente i rischi di un territorio.

Poi, finito il tremore e superato lo spossamento che coglie gambe e braccia dopo ogni scossa, capita di sentirsi spaesati; perché non c’è più quello che c’era, ci si risveglia in un luogo diverso, un luogo diviso tra ciò si ricorda e quel che resta da mettersi davanti agli occhi e che non si sa di preciso che cosa sia e per quanto rimarrà.

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Non è solamente il paesaggio a cambiare. Per fortuna cambiano anche le persone, in meglio. Dimenticano i loro inutili problemi e le loro arroganze sdrucciole scoprendo una dimensione di necessità e accordandosi su una percezione più profonda e cooperativa della vita. E se è spiacevole vedere il cemento sgretolarsi e le campagne rompersi lasciando aperte voragini che cercano di vomitarti sabbia bollente sui piedi, vero è anche che proprio accanto alle brutture il terremoto ha portato in dono una nuova umanità che difficilmente scorderò e che, spero, in molti ricorderanno insieme a me.

Il resto di quello che si vive qui è riassunto dallo striscione appeso nel campo approntato a Mirandola dalla Protezione Civile (foto a destra)

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