I giocatori cinesi saranno la chiave del futuro del poker?

Lee Davy è un popolare giornalista che recentemente ha pubblicato un editoriale molto interessante, ma che mi vede in sostanziale disaccordo. Secondo Davy l’estremo oriente, la Cina per la precisione, rappresenta il futuro del poker online.

Lee Davy è un popolare giornalista che recentemente ha pubblicato un editoriale molto interessante, ma che mi vede in sostanziale disaccordo. Secondo Davy l’estremo oriente, la Cina per la precisione, rappresenta il futuro del poker online.

 

Per lui il pro del futuro deve essere “adattabile”, in grado di fare profit sia online che live, sia negli mtt che nel cash game, varianti comprese. Il poker online deve essere la vera chiave del futuro perché fornisce l’unica cosa che il vero professionista ha bisogno: il volume di gioco per abbattere la famigerata varianza. E fin qui non ci vedo niente di strano, discorso ineccepibile, se non fosse che, come sottolinea lo stesso Davy, il poker online sta vivendo una forte recessione.

L’Italia è un emblematico caso in merito, ma paesi come Francia e Spagna non sono da meno. E se ci spostiamo oltre confine la situazione non riversa in condizioni migliori, con la Russia che ha proibito in toto il gioco online e con gli Stati Uniti che stanno appena parzialmente uscendo (con le ossa rotte) dopo tre anni di ben note vicende post Black Friday. Qui parte la presunta soluzione proposta da Lee. Secondo lui ci sono due chiavi per invertire la rotta: un ambiente di gioco sicuro e un nuovo ampio bacino di utenza di giocatori da immettere nel mercato.

Per Lee la Cina è la risposta alla domanda. Ora due dati veloci sul paese asiatico. La Repubblica Popolare Cinese, con capitale Pechino, conta quasi un miliardo e mezzo di abitanti, il che lo porta ad essere il più popolato al mondo, con quasi il 20% di abitanti del globo. Questo lo renderebbe molto appetibile da un punto di vista meramente numerico La splendida Macaoe a supporto di questa tesi, Davy menziona il fatto che Macao, regione amministrativa speciale della Cina, rappresenta la Las Vegas d’oriente e viene regolarmente presa d’assalto da facoltosi cinesi.

Detto questo sembrerebbe che la Cina sia la soluzione ai problemi del poker online. Le cose però sono ben diverse da quanto dette da Davy, che ha semplicemente fatto una proporzione di numeri tra abitanti mondiali e giocatori di poker. Proviamo a guardare cosa c’è realmente dietro ai numeri cinesi. Innanzitutto va ricordato che la Cina è una delle nazioni con la maggior repressione di informazioni. La scarsa libertà di stampa e di informazione, non rendono la nazione come una candidata ideale al confronto di nuove ideologie, sia pure di giochi online.

Inoltre il forte regime che guida la nazione vede di cattivo occhio, per usare un blando eufemismo, che i propri cittadini si confrontino con realtà diverse dalla loro, il tutto senza contare che ovviamente il gioco online, come quello terrestre sono proibiti in tutta la nazione, nonostante sia risaputo come il popolo cinese ami il gioco. Che poi a dirla tutta il vero problema è di ben altra natura. Nonostante la Cina sia in forte espansione industriale e stia sempre più diventando una superpotenza a livello mondiale, il reddito medio resta uno dei più bassi tra i paesi industrializzati.

Un cinese guadagna circa 300 euro netti al mese. Se riescono a digiunare e dormono sotto un ponte possono gamblarsi 3 night on stars ogni mese… triste da dirlo, ma è la pura realtà, la Cina resta un paese molto povero, con un’abissale divario tra i ricchi giocatori milionari di Macao che da soli tengono il 90% della ricchezza del paese e la restante parte della popolazione che lavora letteralmente per sopravvivere, non propriamente il quadro ideale per sviluppare un nuovo bacino di utenza per il poker online come erroneamente suggerito da Lee Davy.

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