Supponiamo che si chiuda il ciak e si inizi a girare la prima scena di un film in cui si racconta di una High School americana che ha inserito il poker tra le discipline exracurricolari — qualcosa tipo Coach Carter ma con meno palloni e meno canestri insomma.
Io quel film andrei a vederlo o comunque, se vincesse la mia inguaribile pigrizia, lo attenderei comodamente seduto sul divano di casa rassicurato dalla consapevolezza che quella scuola esiste per davvero. Per essere più precisi è a New York e si chiama Henry Street School; la larga scalinata sormontata dalle colonne bianche che reggono la facciata mastodontica dell’edificio sorge al 220 di Henry Street, Manhattan. È qui che il professor Maurice Engler ha dato il via al Tournament Card Play Club all’interno del quale i ragazzi studiano e imparano a giocare il Texas Hold’em come dio comanda, o meglio, come Maurice insegna.
Le regole sono chiare. Niente soldi, niente contestazioni e nessun tipo di esternazione volgare. Avete presente i circoli nostrani? Ecco, tutto diverso. Qui il poker è un modo come altri per incrementare la concentrazione degli allievi, per migliorare la velocità di calcolo e di ragionamento e per insegnare le grandi qualità della calma. Lo dicevo, un’esperienza simile a quella di Ken Carter — c’è il poker al posto del basket, ma è un dettaglio.
A Maurice evidentemente deve piacere anche l’aspetto competitivo del poker, visto che nel 2008, caricato il pullman della scuola di stundeti/rounder, ha organizzato il primo esempio di torneo di poker inter-scolastico: quella volta i suoi ragazzi sfidarono quelli più grandi di Harvard, una delle migliori università di tutti gli Stati Uniti. Il risultato, manco a dirlo, fu una bella vittoria da parte dei ragazzini della Henry.
Per arrivare a quel risultato Coach Engler aveva dovuto affrontare vertici scolastici, in prima battuta contrari al progetto, e genitori, negativalmente colpiti dal fatto che l’attività pomeridiana dei loro figli potesse coinvolgere carte e chip. Engler mise tutti d’accordo e insegnando il calcolo delle probabilità e alcuni pilastri della filosofia Zen fece capire come il suo corso pomeridiano non solo fosse innocuo ma consentisse anche di ampliare il ventaglio di interessi dei ragazzi che lo frequentavano.
Già, sarebbe un bel film, una gran bella storia da raccontare. Un’esperienza che potrebbe insegnare molte cose anche a noi italiani, magari per una produzione cinematografica, la prima in grado di scrollarsi di dosso i crismi dello spot pubblicitario e senza l’esigenza di un famigliare malato da salvare con un torneo di poker. La prima, infine, a potersi fregiare, a ragione, dell’indicazione “tratto da una storia vera”.