Capita ormai un po' troppo spesso che i vari media italiani, con i grandi quotidiani nazionali in testa, si occupino del poker, e più in generale del settore dei giochi online e non, con pochissima precisione e scarsa professionalità.
Capita ormai un po' troppo spesso che i vari media italiani, con i grandi quotidiani nazionali in testa, si occupino del poker, e più in generale del settore dei giochi online e non, con pochissima precisione e scarsa professionalità.
Capita ormai un po' troppo spesso che i vari media italiani, con i grandi quotidiani nazionali in testa, si occupino del poker, e più in generale del settore dei giochi online e non, con pochissima precisione e scarsa professionalità.
Il lavoro del giornalista, per quanto affascinante possa essere, è un lavoro duro. Non basta saper scrivere correttamente in italiano: occorre andare a caccia di notizie, verificare l'attendibilità della fonte e la veridicità della notizia stessa. O almeno questo è quanto dovrebbe fare un giornalista con la g maiuscola. Per motivi che fatichiamo a riuscire a comprendere, sembra che anche i migliori giornalisti si 'dimentichino' di esserlo in particolare quando si parla di poker e di giochi in generale.
L'ultimo pezzo un po' naif sul mercato del gambling in Italia è comparso ieri, sull'edizione online del Corriere della Sera. Non esattamente l'almanacco di Topolino, insomma. E a guardare la firma c'è da rimanerci ancora più basiti: Sergio Rizzo, uno tra i giornalisti più scrupolosi attualmente in circolazione. Eppure anche lui non ha potuto fare a meno di cadere nel qualunquismo e nel pressapochismo, parlando di giochi online.
“C'è in Italia un settore che tira, e tira da matti: quello delle bische online” è una delle frasi con cui si apre l'articolo. Già l'utilizzo del termine 'bische' è fuorviante: il pezzo parla del mercato legale del gioco online in Italia, eppure Rizzo sceglie la parola 'bisca', che da che mondo e mondo ha un'accezione negativa, che dà l'idea di qualcosa di losco e illegale. Per non parlare di un dato che sfiora i confini dell'assurdo: secondo l'autore, l'Italia controllerebbe il 22% del mercato mondiale del gioco online. Roba da fantascienza.
Ma in generale, la disinformazione, o forse sarebbe più giusto dire la 'malainformazione', è talmente diffusa da radicare nell'opinione pubblica una serie di concetti erronei a monte. Come ad esempio il cavallo di battaglia del gioco che sarebbe sempre in forte e costante crescita, quando in realtà il periodo di boom è alle spalle da tempo e, al massimo, c'è ancora uno zoccolo duro che resiste in alcuni settori, quali ad esempio il poker online in versione torneo.
E la classe politica italiana non è che si sia dimostrata molto migliore rispetto a quella giornalistica. In campagna elettorale, da sinistra a destra, passando per il centro, se ne sono sentite di tutti i colori: aumentare le tasse dal gioco per recuperare i soldi dell'eventuale cancellazione dell'IMU, aumentare le tasse dal gioco per permettere agli studenti italiani all'estero di tornare in Italia a votare, e chi più ne ha più ne metta. Come se il settore dei giochi fosse una specie di pozzo senza fondo, dal quale attingere senza soluzione di continuità, per le motivazioni più disparate.
A quanto pare è troppo difficile informarsi coscientemente, prima di parlare. Troppo difficile persino contattare un addetto ai lavori, un esperto, che abbia la possibilità di sfatare, una volta per tutte, certi miti fantasiosi sul poker online, sui giochi da casinò e quant'altro. O forse fa comodo a qualcuno far passare l'idea che siamo un popolo di 'biscazzieri', pronti a rovinarsi un giorno sì e l'altro pure?