Inchiesta di Wired sul poker: lo studio del cervello durante un bluff

Anche la nota rivista Wired si occupa di poker e di azzardo, nel numero di luglio, con uno studio interessante sul cervello umano e il bluff: pare che si attivino certe aree neuronali solo di fronte ad un giocatore reale e non davanti a un computer.

Anche la nota rivista Wired si occupa di poker e di azzardo, nel numero di luglio, con uno studio interessante sul cervello umano e il bluff: pare che si attivino certe aree neuronali solo di fronte ad un giocatore reale e non davanti a un computer.

 

La prestigiosa rivista Wired (nella versione italiana) si occupa in questo mese di luglio di poker, scommesse e gioco d'azzardo. Nell'inchiesta del mensile viene riportata una interessante ricerca americana, condotta da McKell Carter della Duke University e pubblicata originariamente su Science. Questo studio è dedicato allo studio del cervello umano durante una partita di poker ed in particolare durante un bluff. Il risultato più interessante riguarda la differenze che si possono notare nel cervello quando l'avversario è un giocatore vero rispetto a quando invece si gioca contro un computer.

 

I volontari sono stati sottoposti ad un test nel quale erano impegnati prima contro un'altra persona e poi contro un pc. Ognuno riceveva una carta e bisognava dichiare la più alta possibile per vincere, ricorrendo per forza ogni tanto al bluff. Monitorando con risonanza magnetica funzionale (fMri) l’attività di 55 regioni cerebrali differenti, i ricercatori hanno scoperto che una di queste portava informazioni rilevanti per leggere il comportamento del giocatore, la giunzione temporo-parietale (Tpj). Dall’attività di quest’area era possibile predire un bluff, ma solo se il giocatore aveva di fronte un avversario reale.


In un certo senso, è come se la Tpj elaborasse le informazioni biologiche su chi sta di fronte per poi mettere in moto i suoi circuiti decisionali. Scott Huettel, altro autore dello studio, spiega che “le informazioni di natura sociale portano il nostro cervello a giocare con regole diverse rispetto a quanto accade in un contesto non sociale e capire in che modo identifichiamo collaboratori e competitori potrebbe aiutare a comprendere meglio fenomeni sociali come la deumanizzazione o l’empatia”.

 

È sempre più evidente che, in ambito sociale, il funzionamento del cervello umano risulta molto più raffinato e flessibile di quanto si pensasse. La sua competenza sociale, cioè, è molto elevata: siamo perfettamente in grado di leggere i segnali, le strategie e le motivazioni degli altri per programmare al meglio le nostre azioni e le mosse di un avversario, che tenga in mano 5 carte o meno, influenzano il nostro modo di ragionare. La riprova arriva dallo studio dell’equipe di Carter, che è solo uno degli studi scientifici sul cervello e i giochi di carte, evidentemente tema interessante per i ricercatori.

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